“Verrà Dioniso, e ti parrà di esser rapita da un gran vento”

Come da qualche pennellata emerge lo spirito del Vino – e la libertà del Lambrusco.

Tra tutto ciò che significa il vino, c’è anche un aspetto istintivo, irrazionale, insito nell’uomo, un aspetto incredibilmente autentico e facilmente percettibile che è ciò che esce dagli schemi prestabiliti, che rende l’uomo quello che è davvero, non solamente grazie all’azione dell’alcol che libera il freno ma anche perché evoca immagini e sensazioni di un legame genuino ed immediato con la Terra.

È un qualcosa di molto selvatico, primitivo, semplice, e non a caso la divinità greca che ad esso presiede è Dioniso.

Un dio bellissimo, giovane, vitale, un po’ controcorrente rispetto agli altri, che non possiede la statica perfezione del fratellastro Apollo né la perfetta saggezza della sorellastra Atena.

Figlio di Zeus e di una mortale, porta con orgoglio i suoi geni umani, con le loro debolezze e le loro imperfezioni. D’altra parte, anche il leggero variare del vino da un anno all’altro è un grande segno della sua imperfetta  e preziosa autenticità.

È il dio della forza vitale stessa, del disequilibrio e del lasciarsi andare, di quella allegria e di quello spirito di festa che il vino stesso porta con sé.

 

È un dio di gioia. Tutti lo seguono e lo acclamano.[1]

 

Dioniso è in ultima istanza il dio della natura selvaggia, rappresenta tutto ciò che il vino è sempre stato per l’uomo, lo spirito del lavoro che dopo più di duemila anni portiamo avanti sempre allo stesso modo, con tante innovazioni tecnologiche ma mantenendo immutato il nostro rapporto con il territorio stesso.

Ci sembra, se ci spingiamo a fare una riflessione in più, che il Lambrusco sia uno dei vini più vicini a questa identità selvatica, proprio perché proviene da quella famosa vitis labrusca che cresceva spontaneamente ai margini dei campi, che nessuno coltivava, che dava un vino dal carattere deciso, allegro, volitivo, esattamente come lo spirito di Dioniso.

 

Tu sei mai stata in un vigneto in costa a un colle lungo il mare, nell’ora lenta che la terra dà il suo odore? Un odore rasposo e tenace, tra di fico e di pino? Quando l’uva matura, e l’aria pesa di mosto? O hai mai guardato un melograno, frutto e fiore? Qui regna Dioniso, e nel fresco dell’edera, nei pineti e sulle aie.[2]

 

Ed è così che, per corsi, ricorsi, e intrecci di pensieri, una delle stupende bottiglie che Patrizio dall’Argine ha dipinto per noi a Vinitaly sul nostro To You Paint rappresenta proprio un rito dionisiaco. L’abbiamo scoperta insieme alle altre sue meraviglie l’ultimo giorno della fiera, e ce ne siamo innamorati. Dentro c’è tutto, riassume tutto.

C’è Dioniso con la corona di tralci di vite, c’è la menade, dedita al suo culto, che rappresenta tutti noi, umani, ai quali è concesso di partecipare alle sue celebrazioni esattamente come noi partecipiamo al rito sociale del bere vino insieme. C’è infine la capra, l’animale, il simbolo insieme del terreno e del selvatico, dell’agricolo e dello spontaneo. Spontaneo e naturale come il Lambrusco, che da sempre cresce senza che, in origine, nessuno lo coltivasse. Libero. Così come l’uccellino bianco sulla sinistra, che soprassiede alla scena con un sorriso che sa di consapevolezza.

C’è insomma, chiarissima, l’idea che il vino, come la sua più classica personificazione, sia un anello di congiunzione tra gli uomini e qualcosa di più alto, più sacro e divino, e insieme di così autentico, posto dentro di noi.

[1] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

[2] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

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Data pubblicazione: 04MAG
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Post Author: lambruscoadmin

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